Riflessioni sul Partito Politico – Organizzare la politica nella società italiana contemporanea
Cosa vuol dire Partito politico oggi? Quale deve essere la sua funzione? Quale struttura potrà rispondere meglio alle difficoltà della società contemporanea, in particolare italiana? La riflessione è a oggi irrimandabile, le decisioni si avvicinano a esser prese nei principali partiti italiani. Persino dall’estero ci giungono spunti per un’analisi di questo tipo: in particolare le vicende del Parti Socialiste francese, diviso tra la “ortodossa” neo-segretaria Aubry e la messianica Royal: la prima vittoriosa su una piattaforma politica che ha come suo fulcro la conservazione di una struttura partitica “forte” (il partito dei militanti), la seconda proponente un partito centrato sulla figura carismatica del leader-candidato alle elezioni e meno strutturato (il partito dei simpatizzanti). Una sfida ancor più interessante considerando che entrambe le personalità vantano appoggi davvero variegati all’interno del socialismo francese, potendo tutte e due rivendicare il sostegno delle correnti più liberali come di quelle più radical-marxiste: segno che la questione della struttura del partito torna sulla scena politica dei partiti europei. Insomma, per usare un termine coniato da Giovanni Sartori, l’ondata di “direttismo” (richiesta di democrazia diretta) che è nata negli ultimi anni del secolo scorso sembra ancora non esser stata affrontata dai partiti europei. In questo articolo, dunque mi proporrò di analizzare brevemente non solo il fenomeno in questione, ma soprattutto le risposte che i partiti contemporanei possono dare, con particolare riguardo alla situazione italiana e alla cultura politica del nostro paese.
Innanzitutto, un chiarimento generale del fenomeno del suddetto “direttismo”. La spinta alla democratizzazione crescente dei processi di selezione nei partiti politici europei è avvenuta in contemporanea a due grandi fenomeni della società, che hanno rivoluzionato la politica contemporanea: il primo è risultato della società del benessere, e della crescente ricchezza e quindi istruzione. Ne è conseguita la volontà di prender parte alle decisioni politiche, e quindi di non rassegnarsi alle scelte “calate dall’alto”. Sottolineando l’importanza del fenomeno a livello europeo (e quindi la necessità che i vari partiti vi “facciano i conti”), non posso trattenermi dal rimarcare che questo non è il caso dell’Italia. Il nostro paese non solo ha visto dispiegarsi il boom economico al 70% in una sola parte del paese, non solo ha visto un potente riflusso economico, accompagnato da una degenerazione del sistema scolastico e al permanere di quote maggioritarie della popolazione nel semi-analfabetismo, ma è anche caratterizzato da una cultura politica sostanzialmente agli antipodi della democrazia diretta (se non in alcune aree territoriali molto particolari) e anzi, al contrario di quello che si ritiene comunemente, è un popolo affascinato dal mito dell’Organizzazione, dello Stato, del Partito. Il secondo grande fenomeno che spinge alla trasformazione della politica ha invece molto più a che fare con il nostro paese: la personalizzazione della politica, in contemporanea a quell’evento comunemente definito come “fine delle ideologie”. Un fenomeno di cui mi riprometto di parlare, soprattutto per i suoi aspetti più controversi (chi ha detto che non esistono più sistemi diversi di idee sul governo e lo sviluppo della società?). Infine un’annotazione utile per riflessioni di questo tipo: praticamente tutte le soluzioni di democratizzazione dei vari partiti europei che si siano risolte nell’adozione di primarie sono consistite in “primarie chiuse” dove il diritto di voto è limitato agli iscritti.
In Italia il problema principale si pone dunque ai partiti della sinistra: se la destra mostra di aver già trovato una soluzione di adattamento a queste trasformazioni, partorendo la forma di partito leaderistico e populista che conosciamo, quello che è il partito principale del progressismo italiano, il Partito Democratico, ancora non ha individuato una soluzione di struttura definita. Essenzialmente due fenomeni di rilevanza politica attuale ci portano ad affrontare il problema dell’organizzazione partitica della sinistra: il dibattito interno al Partito sulla scelta tra una struttura “leggera” e una “forte” e il fallimento politico del movimento studentesco autoproclamatosi “Onda”. Tenterò di affrontare insieme queste due questioni arrivando ad avanzare delle proposte su quella che mi sembra essere la più appropriata struttura per il Partito Democratico e, per quanto oggi possa suonare strano, per una sua futura conquista egemonica della società italiana. La mia tesi di partenza è la seguente, ed è in particolare rivolta a tutti i giovani della mia generazione: i movimenti non ci salveranno. Serpeggia, infatti, nella sinistra italiana, ma soprattutto nelle nuove generazioni, un antipartitismo strutturale. Da più parti si inneggia o alla società senza partiti, in cui dovrebbero essere i movimenti spontanei della società civile a rovesciare il sistema politico (è il caso del “Grillismo”) o alla società dei partiti “leggeri”, meri contenitori di istanze provenienti dalla società e senza nessuna ambizione di guida della stessa. In realtà è dimostrato dall’esperienza di altri paesi che ancora oggi i partiti rimangono il principale veicolo di cambiamento della società: è il caso, ad esempio, della Spagna del PSOE o dell’America del Democratic Party, in cui è stata la militanza di settori della società, in particolare dei giovani prima rimasti fuori dalla politica, che ha portato alla vittoria delle istanze di cambiamento (nel secondo caso ciò è avvenuto attraverso il sostegno diretto alla personalità politica – Obama – più che al partito, in accordo alla tradizione politica americana). Non solo, allora, il nostro paese ha bisogno di più fiducia nell’istituzione-partito ma di un suo rafforzamento. Servono partiti più forti anziché meno partiti: se oggi l’Italia è in queste condizioni è proprio per la sua deriva nelle mani di una cerchia politico/economica che ha sfruttato ben volentieri la dissoluzione dei partiti della Prima Repubblica per far trionfare i suoi interessi particolari sugli interessi generali dello Stato, instaurando un sistema di governo parassitario e con tendenze autoritarie. Alla forte classe politica della Prima Repubblica non è succeduta una nuova classe politica forte e democratica, ma una debole, nelle mani dei grande interessi capitalistico/finanziari, particolarmente marci nel caso italiano. Non è un caso che la figura politica più forte degli ultimi quindici anni sia proprio un esponente di questo ceto industriale cresciuto all’ombra del sistema delle tangenti e succhiando le energie del Paese: Silvio Berlusconi, autosostituitosi alla vecchia guardia politica. In fondo il risultato di Tangentopoli non è stato che questo: il governo della mala imprenditoria che, dopo anni di complicità a un sistema degenerato e criminoso, è scesa in campo e, con atteggiamenti un po’ vittimisti un po’ nuovisti (“siamo stufi di essere governati da persone dal passato politicamente ed economicamente fallimentare … vogliamo che le cose cambino”), ha preso il posto della politica vera. Alla luce di tutto ciò si sente la mancanza di un forte ceto politico che sappia tener testa alle mille corporazioni della società italiana, la mancanza delle tanto vituperate figure dei politici di professione, personalità che dedicano la vita alla politica e incarnano in sé stesse, allo stesso tempo, la consapevolezza dei problemi dei cittadini con cui entrano in contatto e la guida organizzata degli stessi. Tanto più in una società come quella italiana: portata di per sé ad abboccare alla facile demagogia (per la bassa istruzione ed educazione civica, per l’isolamento che porta l’individualismo della televisione e della cultura che veicola), al plebiscitarismo dell’”uomo forte”, all’adulazione di chi è al potere,all’abitudine all’obbedienza(secoli di sottomissione politico-culturale non sono passati senza conseguenze) e, come già accennavo, dotata di una cultura politica particolare …o meglio di più culture politiche, più tradizioni storico-culturali di approccio alla politica.
La struttura del Partito Democratico dovrebbe conseguire da queste considerazioni. Una struttura forte, costituita da militanti, ma che non si chiude certo alla società civile,che mira a coinvolgerla nelle istituzioni (sempre consapevole della minoranza che le persone ansiose e in grado di partecipare costituiscono a fronte della “maggioranza silenziosa”); ma senza rinunciare all’ambizione di proporre una guida politica a una società allo sbando, nave senza timoniere nella tempesta del nuovo millennio, per riprendere una delle più diffuse metafore della nostra letteratura. Una struttura forte che sappia rifondare i legami sociali di questo paese, che ricrei i legami territoriali, “metta in sicurezza la democrazia” sostituendo alla berlusconiana società atomizzata e individualista la società della coscienza italiana, del mutuo soccorso. Una struttura in continua espansione nella società contemporanea italiana, che organizzi l’opposizione alle destre attraverso l’azione dei militanti e il contributo dei simpatizzanti. Una struttura che sappia adattarsi anche alle diverse culture politiche territoriali, senza pregiudizi per una società, come quella italiana, ancora non entrata davvero nel nuovo millennio. Un Partito che quindi sappia recuperare, adattandola alle necessità attuali, la logica del partito mazziniano-socialista: l’educazione della società.
Questo è quindi il modello di Partito che propongo:
*Dirigenza: la classe politica, i professionisti della politica. Si propone a guida della società a partire dai suoi problemi; problemi che inquadra in un sistema di idee e letture della società, di cui cerca di render consapevoli i cittadini e che rielabora continuamente. Esprime un segretario, oppure lo sceglie con primarie ristrette ai soli militanti, o a rappresentanti degli stessi.
**”Professori della politica”: insieme di tutte le personalità che contribuiscono a definire i sistemi ideali del partito (sistemi perfettibili e in continua evoluzione, ma sulla base del progressismo europeo), e le loro applicazioni alla società contemporanea. Non “professori” in senso stretto quindi ma in senso ampio: di intellettuali esperti, elaboratori di sistemi e programmi (in realtà in un partito dovrebbero essere tutti un po’ intellettuali!).
***Candidati: a vari livelli, sono gli unici a cui puo’ contribuire, con elezioni primarie, il “cittadino qualunque”, in quanto interessato dal ruolo istituzionale che il candidato potrebbe andare a ricoprire. Non ha infatti senso sottoporre a primarie aperte le cariche interne del partito. Se i cittadini, gli esponenti della società civile condividono le idee del Partito, vogliono portare avanti le battaglie del Partito, vogliono contribuire all’organizzazione delle sue attività, dovrebbero prendere la tessera e considerarsi militanti. Allora avranno “voce in capitolo” nel Partito: cioè saranno persone che hanno scelto di dare il loro contributo al Partito, vogliono far parte della sua struttura. In caso contrario rimangono cittadini semplici, che magari daranno il loro contributo in altri modi alla società con Associazioni, blog, ecc… magari anche in collaborazione con il Partito (vedi voce successiva). Al di là di questo, non hanno però alcun diritto ad andare a sindacare sulla vita interna del Partito: infatti non vi partecipano. Permetterlo sarebbe come fare primarie aperte a tutti per eleggere il presidente di Confindustria o il Segretario della CGIL: cosa ne sa il cittadino qualunque delle strategie che deve adottare un’associazione cui non appartiene? Perché un cittadino qualunque dovrebbe poter scegliere sulla migliore strategia che deve adottare, ad esempio, la Confindustria? Si dirà: ma le cariche politiche riguardano tutti. Bene, è per questo che il Partito puo’ aprire le primarie a tutti per i candidati alla Presidenza della Regione, o della Provincia, o addirittura del Consiglio se si vuole adottare una struttura duale (come è in America) in cui il Segretario non è automaticamente il candidato presidente. Ma, insisto, è paradossale far scegliere con primarie aperte i ruoli interni, che hanno i compiti di gestione del Partito. Non è un caso che in tutta Europa i partiti che hanno adottato le primarie le hanno sempre e comunque svolte fra i militanti: democratizzare un partito vuol dire assicurare la sua democrazia interna, inventare modi di renderla più efficace, far sì che i migliori siano messi alla prova e premiati, non aprire a chi al partito non vuole aderire.
****Società civile: il discorso fatto finora è tutt’altro che ostile alla società civile. Anzi, per un partito progressista come il Partito Democratico è doveroso stabilire un contatto con essa. Ci sono moltissimi modi per farlo: forum e assemblee tematiche, incontri e dibattiti pubblici, iniziative comuni con le varie associazioni, avvicinamento del Partito nei luoghi del lavoro, dell’istruzione, della cultura Questa deve essere la vera risposta alle istanze della società civile: un contatto stabile, soprattutto a livello locale, con le varie realtà del paese. E’ questa la sfida del Partito, saper farsi interprete di queste istanze, instaurando un continuo “faccia a faccia” con i cittadini.
1 Comment to “Riflessioni sul Partito Politico – Organizzare la politica nella società italiana contemporanea”
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By livia scarnecchia, 9 maggio 2009 @ 15:36
anche a te lorenzo voglio fare i miei complimenti…..ottima analisi, compiuta ed approfondita!! utilizzo un termine già usato da te all’inizio.. ritengo sia un articolo VARIEGATO, ricco di elementi molto interessanti: dall’analisi storica ( materia in cui ti distingui per la tua eccellente preparazione!) a quella economica, per poi chiaramente non tralasciare il livello analitico socio-politico, direi fondamentale per uno studio complesso ed articolato come il tuo!! ti rinnovo nuovamente i miei complimenti ed aggiungo il mio auspicio affinchè il partito, ma sopra tutto la società del domani, possano riempirsi ed usufruire di persone preparate e capaci come te, che sicuramente possano dare un contributo fondamentale per miglioramenti concreti e sostanziali, con chiaramente un’apertura non indifferente che possa a suo modo contribuire al progetto prospettato nella tua analisi!!! ci si sente, bacioni!!!